Il comico è sin dall’antichità, sin da Aristofane, uno strumento eccezionale per suscitare riflessioni pungenti, per evidenziare determinati problemi che avvelenano il vivere comune. Nel corso dei secoli, spesso sono stati proprio i comici, i primi ad intuire e a denunciare le ingiustizie e gli squilibri della società. Chaplin, ad esempio, denunciò e mise in ridicolo la follia del Nazismo con forza ed ironia, ne Il grande dittatore del 1940, prima che la ferocia dei campi di sterminio si rivelasse al mondo intero con la Liberazione.
Non di rado, proprio dal comico e dal cabaret, l’arte ha ricevuto la necessaria vitalità e gli stimoli più forti per rinnovarsi, per mettersi in discussione e progredire. Basti pensare a Brecht, il cui rinnovamento teatrale rintracciò solide basi nel cabaret tedesco, o ad un’avanguardia storica come il Dadaismo che trovò nel Cabaret Voltaire il giusto contesto, l’effervescenza creativa.
L’arte italiana, in senso generale, deve molto ai suoi comici/cabarettisti. Geni artistici come il trasformista Fregoli, Petrolini, Totò hanno cambiato le regole della comicità, hanno fatto storia nel cinema, in letteratura, in poesia, nella canzone popolare. Tutti iniziarono dal cabaret, o meglio da quella forma particolare e tutta italiana di cabaret che fu l’avanspettacolo.
Avvicinandoci ai giorni nostri, inizia la sua carriera dal cabaret milanese e dalla rivista l’ultimo premio Nobel italiano della letteratura Dario Fo, che definisce la satira “un atto altamente civile”, uno strumento per risvegliare le proprie sinapsi addormentate.
Sostanzialmente, l’ironia è stata e rimane un’arma potente per divulgare una nuova coscienza civica, aprire dibattiti, evidenziare gli squilibri sociali.

Ma i comici non se le scrivono da soli?

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